Recensione di www.movimentiprog.ne: Gli Stati Uniti d'America ci avevano abituati al pomp-rock, all'hard-funk, alla psichedelia californiana, all'hair-metal e all'AOR. Quando si trattava di parlare di progressive, nel decennio dei Settanta l'attenzione si era spesso rivolta ai Kansas e agli Styx, biunivocamente legati però anche agli altri generi musicali citati poc'anzi, soprattutto al pomp e all'AOR. Si può tranquillamente affermare che gli States nel periodo d'oro non abbiano mai avuto una corposa tradizione nel progressive rispetto alla terra che ne ha visto i natali, ovvero l'Inghilterra. Per avere dei grandi, grandissimi esempi americani di puro progressive e ottime contaminazioni dobbiamo attendere gli anni '90. Alcuni nomi? In campo derivativo e sinfonico gli Spock's Beard, Neal Morse e i Glass Hammer. Nel campo più sperimentale e d'avanguardia gli Echolyn, i Finneus Gauge (ma sono una costola degli Echolyn), The Underground Railroad e, come direbbero loro, ultimi ma non ultimi questi Deluge Grander.
I Deluge Grander nascono nel 2005 nell'area di Baltimora, in Maryland, per volontà del tastierista Dan Britton il quale, dopo il terzo album dei suoi Cerebus Effect, compone del nuovo materiale differente e propone al batterista Patrick Gaffney di fromare una nuova band ad hoc. Con l'aggiunta del chitarrista Dave Berggren e del bassista Brett d'Anon, aiutato dallo zio Frank d'Anon ad una miriade di altri strumenti, i giochi sono fatti. Ne viene fuori un ensemble esplosivo e un album di debutto autoprodotto che lo è ancora di più. “August in the Urals” è un affresco dipinto ad acquerello, dai colori tenui ma efficacemente penetranti, con rimandi alle tastiere acide di Mike Ratledge, al jazz-rock, al prog-rock e al flash-rock, all'improvvisazione pura, all'oniricità di lunghi viaggi in altri mondi di suoni, colori e profumi.
Sono le sensazioni che restituiscono macigni come “Inaugural Bash” e la titletrack. Entrambe lunghissime ma che si lasciano ascoltare senza che ci si accorga del passare del tempo. Qui siamo vicini all'arte allo stato puro, un florilegio di idee e intarsi sonori in continuo cambiamento che accompagnano sensazioni ed emozioni di altissimo livello. L'unico punto debole della band è la voce. Infatti nelle pochissime volte in cui si può ascoltare un inciso cantato vengono un po' i brividi per l'angosciosa, profonda e cupa voce di Britton che purtroppo nella splendida musica dei Deluge Grander ci sta come i cavoli a merenda. Non cala la tensione e la qualità della musica di questa grande band con gli ultimi tre brani che chiudono l'album, “Abandoned Mansion Afternoon”, “A Squirrel” e “The Solitude of Miranda”. Intrecci di arazzi musicali costruiti sulla tecnica non fine a sé stessa, autocelebrativa o freddamente esibizionistica. Qui c'è cuore e passione d'altri tempi. Ottima e buona musica, finalmente. E' raro trovarne al giorno d'oggi. |