Recensione di Renato Zampieri: Sono tornati i più affascinanti interpreti del verbo tolkeniano, e l’hanno fatto con la loro solita ricetta sonora a base di black e ambient sinfonico. Una ricetta che tuttavia è stata mantenuta immutata per 10 anni. La mia domanda è: ci sarà mai un’evoluzione? Dal momento che i dischi dei Summoning non seguono una storia o un concept (o almeno non che io sappia), e dunque non si può giustificare l’ostinatezza compositiva neanche da questo punto di vista, mi chiedo quanto ancora possa durare la formula iniziata ai tempi di “Lugburz”. Le attenuanti del caso sono certamente due: prima di tutto stiamo parlando di ambient, e l’ambient in parte non risponde ai normali parametri che si considerano nel songwriting metal: conta molto il fine ultimo del far sognare l’ascoltatore e al contempo del rilassarlo, mentre forse impatto ed emozione violenta sono tralasciati. In secondo luogo va considerato il tema sviluppato, ovvero quello del Signore Degli Anelli, di per sé un’icona che perdurerà in eterno come essenza immobile, cristallizzata nella memoria di tutti attraverso immagini e suoni già vissuti. Così dunque il divenire (la sperimentazione sonora) difficilmente potrà essere applicato in maniera sostanziale e continua. Insomma, la gente si aspetta “un suono da Tolkien”, ed i Summoning continuano a confezionare tale suono, senza azzardare mosse avventate. D’altro canto va considerato che non stiamo parlando di un ambient puro, ma bensì ibridato da un black marcio e cavernoso: questo di fatto rischia di essere l’elemento di disturbo, se parliamo di fini canonici dell’ambient, nonostante la componente black sia un grande e potente elemento distintivo.
“Oath Bound” è un disco dedicato ai fan della band: non servirà infatti ad attirare nuovi adepti, e nemmeno a perdere quelli vecchi, perché in fin dei conti le canzoni sono anche stavolta di grande qualità (penso ad esempio a “Mirdautas Vras”, peraltro cantata nella lingua nera di Mordor, oppure a “Land Of The Dead”). Tuttavia ribadisco la necessità per Silenius e Protector di cercare alla svelta una via di fuga, un passaggio attraverso il muro di suono costruito nel corso di ben 8 album, non tanto per uscire dal mercato di nicchia (di cui, sono certo, vanno molto fieri), quanto per dimostrare a se stessi di essere artisti di più alta caratura. |