Recensione di www.kronic.it: Non lasciatevi sviare dal fatto che, meno di un anno fa, a fondare i Coldworker sia stato l`ex batterista dei Nasum Anders Jacobson: “The Contaminated Void” è un brutale disco death che elargisce al grind solo efficaci concessioni.
Quello che stupisce maggiormente è come, il quintetto svedese (che vede nella line-up membri di Rentless, Carnal Grief e Ruin) sia riuscito a mettere a punto, pur essendo insieme da così poco tempo, un sound così personale e compatto, preciso (soprattutto nel drumming) e violentissimo. Merito anche dell`insana performance vocale di Joel Fornbrant (ex Phobos), a cominciare dalla titletrack e dalla tecnicissima “D.E.A.D” (sentite l`assolo), i quattordici brani, tutti di grande carattere, compiono una angosciosa esplorazione della psicopatologia umana, passando per i territori dei Napalm Death (“Death Smiles At Me”), per gli oscuri cubicoli di “Return To Ahes” (Oskar Pålsson al basso cerca di ricreare un mood alla Cannibal Corpse) o per le sadistiche e caotiche lande di “Antidote”.
Altri crudeli highlight dell`album rimangono, indubbiamente, brani nervosi e densi di blast-beat quali "Waiting For Building To Collapse” (la più vicina a certe atmosfere dei Nasum) e “Heart Shaped Violence”, articolati su un riffing death a tratti old-school, a tratti melodico, nonché l`apocalittico e morboso finale di “Generations Decay”. Data la qualità del lavoro, stupisce anche che, per risparmiare sul budget, la registrazione “The Contaminated Void” sia stata fatta “in casa” dai Coldworker, mentre nel mixing è tangibile il tipico trademark di Dan Swano, vecchio amico di Jacboson.
Non un capolavoro, ma una bella lezione (classicamente swedish) di concretezza, classe e qualità.
di Simona Conte |